MANZU' AL MUST
Trenta opere dello scultore nel venticinquesimo anniversario della morte
L'ARTE DI GIACOMO MANZÙ IN MOSTRA AL MUST
Dal 4 dicembre 2016 al 26 febbraio 2017 al museo di Vimercate

Giacomo Manzù è indubbiamente uno degli artisti più significativi della storia dell’arte italiana del XX secolo; insieme ad altri scultori ha saputo proporre e imporre un proprio ideale di forma e di arte indipendentemente dalle mode e dalle tendenze che hanno attraversato il secolo scorso.
La mostra Manzù. L'accento sull'arte a cura di Valentina Raimondo, proposta al MUST nel venticinquesimo anniversario della morte dell'artista, presenta 30 opere del maestro, provenienti dalla Raccolta Manzù di Ardea della Galleria Nazionale d'arte Moderna e Contemporanea di Roma, da altri musei - Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, Raccolta Lercaro di Bologna, Museo MA*GA di Gallarate, Fondazione Adriano Bernareggi e Collezione UBI Banca Popolare di Bergamo - e da collezioni private. Dalla mostra emerge un racconto sulla carriera di Manzù e sulla sua arte focalizzando l’attenzione su soggetti e nuclei tematici per lui significativi.

Manzù è noto al grande pubblico grazie alle sculture dei Cardinali, un tema che accompagna la sua carriera fin dal 1934 quando per la prima volta l’artista vede a San Pietro due alti prelati seduti ai lati del papa. Il Cardinale seduto è inserito in mostra nella sezione dedicata al rapporto tra Manzù e la chiesa, accanto al grande bassorilievo con il Cardinale Lercaro, il Ritratto di Papa Giovanni XXIII, cui Manzù fu legato da profonda amicizia, alla formella con la Civetta, lavoro per la Porta della Basilica di San Pietro.
La moglie e i figli costituiscono per lo scultore alcuni dei modelli per eccellenza. Ancora una volta è la passione, quella familiare, a muovere l’artista. La mostra, nella sezione Amori di famiglia, presenta due straordinari ritratti di Pio, il figlio tragicamente scomparso nel 1969, accanto a quelli della seconda moglie Inge, musa ispiratrice dell’artista e una delle protagoniste assolute della sua arte, e a quelli dei figli Giulia e Mileto.
Il corpo femminile, la grazia e l’armonia che esso emana, è uno dei temi più ricorrenti nell’opera di Manzù. Da sola nell’intimità, o nell’atto dell’appassionato abbraccio con l’amante, la donna è celebrata dall’artista in moltissime occasioni. Nella sezione Eros e la passione per l’eterno femminino è esposto un gruppo di sculture e disegni raffiguranti gli Amanti, cui si aggiungono le altre sculture con donne in posa, o mentre danzano, o mentre si spogliano.
Il rapporto con la natura nell'opera di Manzù è indagato nella sezione Nature morte, che presenta alcuni dipinti e una Sedia con natura morta, dove il bronzo, materia tradizionalmente pesante, dialoga con la luce e si alleggerisce.
Conosciuto soprattutto per la sua attività di scultore, Manzù è in realtà un artista poliedrico che sperimenta la propria passione attraverso molti strumenti e mezzi. Abile disegnatore e incisore, si applica anche nel campo della pittura, della ceramica e dell’oreficeria. La sezione Giacomo Manzù. L’artista eclettico presenta alcuni autoritratti, accanto a due opere inedite: un Vaso in ceramica del 1946 e un giovanile Dono di nozze in argento sbalzato e ottone.

La mostra propone così un viaggio attraverso l'arte di Manzù, costellata di forti passioni e contrasti. I suoi temi ritornano con costanza nel corso degli anni e si incontrano e scontrano come Eros e Thanatos, passione e morte, due elementi imprescindibili per comprendere la sua poetica. La celebrazione della vita e della morte, la ricerca di una forma riconoscibile eppure astratta, la costruzione della scultura attraverso una materia pesante come il bronzo e la resa leggiadra dello stesso per mezzo della luce, sono tutti elementi della sua opera, facce opposte della stessa medaglia.
Concludono la mostra due filmati, proveniente dagli archivi di RaiTeche. Nel primo Manzù racconta, nella sua casa-laboratorio di Ardea, come nascono le sue opere, mentre nell'altro è ripreso mentre realizza un busto del giovane figlio Mileto.

“Vorrei porre l'accento sulla passione e il coraggio, elementi particolarmente presenti in questo omaggio che la Città di Vimercate e il Must dedicano allo scultore bergamasco. Passione che trasuda dalle figure familiari, dai corpi femminili, dall'intreccio degli amanti; coraggio nel rappresentare la realtà di un'epoca dolente, appena violentata dalla guerra, attraverso il sacrificio di un Cristo umano e contemporaneo - dichiara Emilio Russo, assessore alla Cultura del Comune di Vimercate - Passione e coraggio che nella visione di questa Amministrazione comunale continueranno ad animare questo luogo di così straordinario fascino e bellezza, in direzione della valorizzazione dell'arte, della creatività e della cultura”.

Date e orari
Dal 4 dicembre 2013 al 26 febbraio 2016
Inaugurazione: sabato 3 dicembre 2016 ore 17
Orari d'apertura: Mercoledì e giovedì (ore 10-13); Venerdì, sabato, domenica: (ore 10-13 e 15-19)
Aperture straordinarie: 8 dicembre e 6 gennaio (ore 10-13 e 15-19); 24 e 31 dicembre (ore 10-13 e 15-18); 26 dicembre (ore 15-19) | Chiusure: 25 dicembre e 1 gennaio

Biglietti d'ingresso
Valido per mostra e museo: 5 € intero | 3 € ridotto (15-24 anni, residenti a Vimercate, studenti, convenzioni) | 8 € cumulativo famiglia
Omaggio: under 14 con adulto, disabili e accompagnatore, ICOM, guide, giornalisti

Dove
MUST Museo del territorio, via Vittorio Emanuele 53, Vimercate

Info
0396659488 - info@museomust.it - www.museomust.it – FB @mustvimercate

Visite guidate
• ad aggregazione libera: tutte le domeniche alle ore 16.30 | Costo: 2 € + biglietto d'ingresso
• per gruppi organizzati e scolaresche: da martedì a domenica | Costo: 4,50 € a persona, gruppi minimo 15 persone
Prenotazione obbligatoria al n. 0396659488 | Durata 1 ora

EVENTI. CONFERENZE, LABORATORI

CONFERENZA
Sabato 14 gennaio | ore 17.00
Giacomo Manzù. Storie di passioni
Valentina Raimondo, curatrice della mostra
Auditorium Biblioteca | Piazza Unità d'Italia 2/g

INCONTRO CON L'AUTORE
Sabato 4 febbraio | Alberto Scanzi presenta Manzù. L'arte, la passione, l'impegno politico
Museo MUST | ore 18.00 | ingresso libero

BABYMUST laboratori per piccolissimi
in collaborazione con Un Po(t) d'Art Artebambini

Domenica 11 dicembre | NATURA IN 3 D
Alberi tridimensionali per giocare con le basi
della scultura.

Domenica 8 gennaio | conCRETAmente
Un gioca-laboratorio per la libera esplorazione della creta.

Domenica 12 febbraio | EMOZIONI SCOLPITE
“Restare di stucco”... le emozioni non sono silenziose!

INFO : Età 1-3 anni - Durata 1 ora -
Ore 10,30 o ore 17,00 - Costo 12,00 € (1 bambino con max 2 genitori, 2° fratellino + 6 €)

LABOMUST laboratori d'arte
in collaborazione con Rossana Maggi

PER I BAMBINI

Domenica 18 dicembre | NELLA NOTTE BUIA
Giochiamo con la luce e realizziamo un rosone traslucido ispirato alla “Civetta” di Manzù.

Sabato 7 gennaio | INCISIONI PER GIOCO
Un piano per disegnare in libertà e creare stampe

Domenica 22 gennaio | 1 CONO = 1 SCULTURA
Laboratorio polimaterico ispirato ai “Cardinali” di Manzù

Domenica 26 febbraio | NATURA VIVA, NATURA MORTA (CON SEDIA)
Autoritratto fotografico giocando con la scultura

INFO: Età 4-10 anni - Ore 15,30 oppure ore 17,30 |Durata 1 ora e ½ | Costo 7,00 € a bambino

PER GLI ADULTI

Venerdi 16 dicembre ore 18 | MODELLARE AD ARTE | Breve visita alle sculture in mostra e laboratorio di modellazione.

Venerdi 13 gennaio ore 18 | INCISIONI PER GIOCO | Laboratorio di incisione e stampa diretta con la tavoletta di argilla.

Venerdi 3 febbraio ore 18 | NATURA VIVA, NATURA MORTA (CON SEDIA)
Una semplice sedia diventa il pretesto per un insolto autoritratto.

INFO: Durata 2 ore - Costo 13,00 € (con piccolo aperitivo di benvenuto).

Presentazione mostra
Manzù. Storie di passioni
Valentina Raimondo

“Se mi si chiede perché io abbia creato una certa scultura, e perché l’abbia fatta in un dato modo anziché in un altro, non so rispondere, o meglio, credo di dover rispondere che l’ho creata così com’è, semplicemente perché la forza creativa che mi urgeva dentro ha spinto le mie mani a plasmare la creta in quel certo modo, seguendo il comando di quella forza interiore, alla quale io obbedisco senza chiedermi tanti perché e come. L’ispirazione in me, come in ogni artista, è guidata certo dalla mia sensibilità, dal mio amore per le persone e le cose, dalle mie esperienze, ma non è mai ragionata, deliberatamente predeterminata. […] Del resto i soggetti da me preferiti, spesso più volte ripetuti in continue varianti, ma poi abbandonati perché non mi sento di ridurre un tema, sia pur bello e da me profondamente sentito, a pura retorica, quei soggetti, dicevo, sono i più vicini alla mia natura di uomo semplice: la mia compagna, i miei figli, certi fenomeni strutturali che mi hanno attirato fin dall’infanzia, come la potenza racchiusa in un sasso, o certi oggetti che mi hanno accompagnato da bambino, come la sedia che ereditai da mio padre”.
Nel 1979 in occasione della mostra organizzata a Firenze per celebrare il suo settantesimo anno di età, Giacomo Manzù introduce il catalogo con questa dichiarazione di poetica. In poche righe lo scultore reclama l’importanza della libera ispirazione e l’amore per alcuni soggetti e temi che ne hanno accompagnato la vita di artista. La necessità di creare senza preconcetti si trasforma in lui in vera e propria passione, una passione che si sente e si avverte in tutte le sue opere.
Spiegare il suo percorso creativo attraverso dei temi anziché una linea cronologica e temporale, esattamente come da lui stesso indicato nel brano qui sopra, ci aiuta a indirizzare lo sguardo verso una valutazione complessiva della sua arte considerando tanto la produzione scultorea quanto quella grafica e quella legata alle cosiddette arti minori. L’amore e la passione verso alcuni soggetti sono d’altra parte in lui talmente prorompenti da consentire allo spettatore di analizzare agilmente l’evoluzione formale del suo percorso di artista.
Come avverte Marcella Cossu in un interessante saggio sulla ‘serialità’ dell’opera di Manzù: “La riconoscibilità immediata dei soggetti trattati, divenuti celeberrimi, è fra l’altro dovuta alla ‘circolarità’ evolutiva del percorso compiuto da Manzù […] Tali tematiche, tra loro distinte, vengono […] continuamente sovrapposte e interfacciate, nelle intenzioni e nei fatti, da Manzù […] danno luogo nell’intero arco della sua produzione, in modo più o meno conclamato, a cicli ‘aperti’, saldati tra di loro senza un vero prima né un poi”.
Qualche anno prima anche Vittorio Rubiu, parlando di uno dei temi più significativi per l’artista, quello degli Amanti, aveva espresso lo stesso concetto: “Manzù non si parte da figure che si abbracciano, non ha modelli da mettere in posa, la sua è null’altro che una variazione sempre nuova sul tema dell’amore e dell’eros [corsivo nel testo, NdA]. Ma proprio questo girare intorno a uno stesso motivo che, variando, si approfondisce, si amplifica, si ridimensiona, rivela l’interna dinamica dell’opera”.
È per tale motivo, seguendo queste 759premesse, che si è scelto in questa mostra organizzata nel venticinquesimo anniversario della sua morte di articolare un racconto sulla carriera di Manzù e sulla sua arte focalizzando l’attenzione su soggetti e nuclei tematici per lui significativi. L’amore familiare, la passione per la rappresentazione del corpo femminile colto sia nell’atto di amare, sia in quello di danzare, la propensione verso la natura che è nel contempo punto fermo verso cui indirizzarsi e semplice decorazione, il travagliato rapporto con la chiesa, con la religione e con la morte costituiscono le fondamentali chiavi di lettura attraverso cui accedere all’animo dello scultore.

Giacomo Manzù è indubbiamente uno degli artisti più significativi della storia dell’arte italiana del XX secolo. Insieme ad altri scultori, mi riferisco in modo particolare a Marino Marini, ha saputo proporre e imporre un proprio ideale di forma e di arte indipendentemente dalle mode e dalle tendenze che hanno attraversato il secolo scorso.
Durante gli anni cinquanta e sessanta quando il mondo culturale italiano vive intensamente la querelle tra arte figurativa e arte astratta, Manzù segue un personale percorso giungendo ad una produzione scultorea che, pur avendo alle spalle il baluardo del raffigurazione realista, sa far cogliere l’essenza simbolica e trasformare in icone quasi astratte alcuni dei suoi soggetti più comuni. È il caso soprattutto dei Cardinali. Il tema celeberrimo accompagna la carriera di Manzù dal 1934 quando per la prima volta a San Pietro l’artista vede due alti prelati seduti ai lati del papa e decide di immortalare la scena disegnando un Cardinale seduto. Con il susseguirsi degli anni e con l’evoluzione della sua arte lo scultore ha l’occasione di ripetere più volte il tema, sempre in modo nuovo e trasformando la figura umana dell’ecclesiastico in una vera e propria forma geometrica accentuandone l’aspetto ieratico e trasformandola in simbolo. Ne è un chiaro esempio il Cardinale seduto presente in mostra che, non rispondendo più ai criteri di naturalismo e riconoscibilità, lontano da qualunque forma di ritrattistica che aveva invece caratterizzato il Grande ritratto del Cardinale Giacomo Lercaro del 1953, è chiara prova di un’evoluzione nella resa dei volumi e di come essi si inseriscono nello spazio.
Cesare Brandi, che segue e sostiene criticamente la carriera dell’artista, avverte la necessità di non incanalarne la produzione di Manzù all’interno di una specifica corrente. Nel 1979, scrivendo a proposito dell’arte dell’amico, Brandi sostiene che “non è il naturalismo che cerca Manzù, ma di estrarre la sua immagine dal contesto della natura […] perché non è la verosimiglianza che interessa Manzù, ma la concretizzazione dell’immagine”.
Le tematiche e i soggetti ripetuti e inseguiti nel corso degli anni diventano la pratica attraverso cui lo scultore affina il proprio metodo e le proprie ricerche formali trovando dei denominatori comuni. Le masse scultoree da lui animate si sviluppano nello spazio dialogando apertamente con l’atmosfera che le accoglie. La luce, rinfrangendosi sulla materia della scultura, diventa essa stessa protagonista dell’opera d’arte.
È il caso di Passo di danza e degli Amanti, dei tanti ritratti che esegue per i familiari e delle Nature morte su sedia. In tutti questi casi il bronzo, materia tradizionalmente pesante, dialoga con la luce e si alleggerisce. La fonte luminosa definisce le masse e stempera la durezza della materia. È per questo che sculture come Passo di danza acquistano una leggiadria senza eguali.
Il tema delle ballerine, su cui lo scultore inizia a riflettere tra la fine degli anni trenta e l’inizio dei quaranta quando esegue il ritratto di Francesca Blanc, sarà da lui ulteriormente sviluppato dopo l’incontro con la seconda moglie, Inge Schabel, musa ispiratrice di buona parte delle sue opere dagli anni cinquanta in poi. La serie di opere centrate sul tema della danza, che raffigurano le ballerine in punta di piedi, nell’atto di incedere con passo elegante, è nel contempo prova della sua abilità di scultore che regala leggerezza al bronzo e della sua passione nei confronti del corpo femminile da sempre protagonista della sua arte da Francesca Blanc ad Alice Lampugnani, dalla moglie Inge alla modella Tebe. In scultura come nell’opera grafica la donna di Manzù è celebrata in tutta la sua grazia e la sua sensualità. Come sottolinea Marcella Cattaneo “il motivo formale della donna gode in tutta la sua produzione di una continuità e di una intensità interpretativa tali da non aver riscontro con nessun altra tematica”.
È soprattutto Inge la figura dominante, i cui ritratti grafici e scultorei segnano la ricerca dell’armonia dei volumi. Il soggetto subisce la stessa evoluzione che caratterizza i Cardinali. Dai ritratti più verosimiglianti si passa al Busto di Inge del 1960 in cui si manifesta l’intenzione e la tendenza verso la ricerca di una forma ieratica e iconica.
Scrivendo a proposito del ruolo di Inge nella produzione dello scultore M. Cristina Rodeschini afferma: “Se nel fluire delle immagini di Manzù il corpo e il volto di Inge divengono una costante della rappresentazione femminile, nel momento in cui la ritrae l’artista passa da immagini di forte realismo a invenzioni formali di assoluta originalità come la serie inaugurata nel 1960 e sviluppata da Manzù nell’arco del decennio, in cui la soluzione del busto trova una affascinante sintesi tra ritratto e tema d’invenzione, tra memoria dell’antico e modernità”.
La moglie e i figli costituiscono per lo scultore alcuni dei modelli per eccellenza. Ancora una volta è la passione, quella familiare, a muovere l’artista. I ritratti di Pio, quelli della prima moglie Tina Oreni, quelli di Inge e dei figli Giulia e Mileto sono prova dell’amore di Manzù e nel contempo sono quello che Rodeschini definisce “un inesauribile repertorio di immagini”.
Tema a sé, ma di capitale importanza e di grande complessità, è quello che riguarda il rapporto dello scultore con la Chiesa Cattolica. Artista dotato di forte spiritualità, ma nel contempo simpatizzante e vicino alle posizioni del Partito Comunista, Manzù affronta già dall’inizio degli anni quaranta tematiche legate al mondo cristiano rivisitandole attraverso una visione personale e moderna. È il caso delle Crocifissioni, bassorilievi in cui il tema della morte di Cristo è adoperato come aperta denuncia nei confronti del nazi-fascismo e che suscitano forti polemiche in ambiente ecclesiastico. Le Crocifissioni di Manzù sono infatti animate da personaggi tratti dalla realtà contemporanea. Come sottolinea Brandi “prendere l’occasione di illustrare nel Sacrificio di Cristo l’oppressione fascista, la guerra di sopraffazione fu un atto di coraggio e di libero arbitrio. C’erano ai piedi di questi Crocifissi dolenti, al posto di Longino simbolo esso stesso dell’Impero romano […] un panciuto nudo con l’elmo a chiodo […] c’era al posto della Maddalena, una grassa bagascia, invereconda nel suo corpaccione sfatto e che certo non voleva denunciare la prostituzione, ma la prostituzione di una classe e di un potere”.
La raffigurazione della morte violenta trova collocazione qualche anno più tardi nella Porta della Morte, una delle porte laterali della basilica di San Pietro, commissionata all’artista in seguito alla vittoria del concorso nel 1949 e conclusa dopo un iter piuttosto travagliato, nel 1964. Anche in quest’occasione l’artista manifesta se stesso e le sue passioni, il suo amore per la vita e per l’essere umano esaltato nonostante le sue debolezze. Attraverso il tema della morte e i soggetti che lo rappresentano lo scultore dà vita ad un’opera monumentale in cui la tradizione scultorea che lo aveva accompagnato fino a questo momento è esaltata e scardinata nello stesso tempo. Come ricorda Brandi: “la porta di San Pietro rappresentò il definitivo giro di boa di Manzù. La sua scultura era divenuta ormai di grande formato. Il che, vale ripeterlo, non si riferisce alle sole proporzioni, ma riguarda proprio il ritmo interno, la strutturazione formale, il respiro profondo”.
Il viaggio attraverso la scultura di Manzù è dunque costellato di forti passioni e contrasti. I suoi temi ritornano con costanza nel corso degli anni e si incontrano e scontrano come Eros e Thanatos, passione e morte, due elementi imprescindibili per comprendere la sua poetica e poietica. La celebrazione della vita e della morte, la ricerca di una forma riconoscibile eppure astratta, la costruzione della scultura attraverso una materia pesante come il bronzo e la resa leggiadra dello stesso per mezzo della luce, sono tutti elementi della sua opera, facce opposte della stessa medaglia.
Le tematiche individuate in mostra (L’artista eclettico, Amori di famiglia, Eros e la passione per l’eterno femminino, Passi di danza, Nature morte, Manzù e la chiesa) hanno dunque lo scopo di svelare, almeno in parte, l’affascinante mistero dell’arte di Manzù e, nel contempo, di raccontarne la vita. Come ricorda Brandi nel 1961: “Che significa un tema? […] il tema è l’oggetto al suo costituirsi, e anche un po’ prima […] Di che cosa lo carichi l’artista, solo l’artista lo sa. Che cosa adombri, ripresentandosi incessantemente alla sua fantasia, lui solo lo sa o per meglio dire neppure lui lo sa. Lo sa in quanto simbolo perentorio, immagine che non si congeda, pronta ad accogliere, come un tutore accoglie i pupilli, anche i motivi più espliciti, le simbolizzazioni più ovvie”.

GIACOMO MANZÙ
Cenni biografici
Giacomo Manzoni, in arte Manzù, nasce a Bergamo il 22 dicembre 1908. È il dodicesimo dei quattordici figli di Angelo e Maria Pesenti. La famiglia dell’artista vive in ristrettezze economiche e il giovanissimo Giacomo è costretto ad abbandonare gli studi dopo la terza elementare per frequentare i laboratori di alcuni intagliatori e doratori. Nel 1923 inizia a seguire i corsi serali della Scuola d’Arte Applicata Andrea Fantoni dove conosce Francesco Ajolfi, suo insegnante, che lo chiamerà a lavorare come stuccatore presso la sua bottega.
Nel 1928 decide di abbandonare il lavoro artigianale e di dedicarsi esclusivamente all’arte. È per questo motivo che l’anno successivo parte alla volta di Parigi. L’esperienza francese però dura molto poco. Dopo un paio di mesi, durante i quali il giovane patisce la fame, a causa del suo stato di salute è costretto a rientrare in patria. Ciò nonostante la sua ansia di arte non demorde e lo spinge a trasferirsi a Milano. È presso il capoluogo lombardo che nel 1930 decide di modificare il suo nome d’arte e farsi chiamare con il diminutivo bergamasco del suo cognome: Manzù. In città frequenta i corsi dell’Avanguardia Artistica, l’accademia libera messa in piedi da Vittorio Barbaroux, dove conosce alcuni tra i giovani artisti milanesi in rotta con il clima dell’arte ufficiale. Tra di loro lo scultore stringe un rapporto particolare con il pittore Aligi Sassu con il quale condividerà lo studio di piazzale Susa. Nello stesso anno Manzù espone per la prima volta in una mostra collettiva alla Galleria Milano dove presenta un piccolo gruppo di sculture e di disegni. L’anno successivo, in seguito alla morte del fratello e del padre, è costretto a tornare a Bergamo. È in questo periodo che inizia a frequentare due architetti che lo aiuteranno molto nella fase iniziale della sua carriera: Pino Pizzigoni e Giovanni Muzio. Quest’ultimo in particolare lo coinvolge nel 1932 nei lavori per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, impresa che contribuirà a lanciare il suo nome. Nello stesso anno l’editore Giovanni Scheiwiller gli dedica la prima monografia e partecipa insieme a Sassu, Renato Birolli, Fiorenzo Tomea, Luigi Grosso e Gianni Cortese ad una mostra collettiva presso la Galleria del Milione di Milano. Nel 1934 sposa Tina Oreni dalla quale avrà tre figli. Le prime due Laurinia (1935) e Donatella (1938) muoiono in tenera età. Il terzo è Pio Libero (1939) a cui l’artista dedica alcuni ritratti di grande bellezza. In questi anni il giovane scultore ha modo di partecipare a numerose esposizioni sia in Italia che all’estero. Nel 1938 è infatti fra gli artisti presenti alla mostra d’arte italiana a Berna e a Bueos Aires. Nel contempo partecipa alla XXI Biennale di Venezia dove gli è dedicata una sala personale. L’anno successivo è tra i vincitori della III Quadriennale d’Arte di Roma dove ottiene il premio acquisto e conosce Cesare Brandi che nel corso degli anni seguirà da vicino e con passione critica gli sviluppi della sua scultura. Nel 1941, presso la Galleria Barbaroux di Milano, Manzù presenta al pubblico la serie delle sue Crocifissioni. I bassorilievi, ispirati ai tragici eventi di guerra, raffigurano la violenta morte di Cristo che viene modernizzata e calata nella realtà contemporanea dell’artista. Le opere suscitano molte polemiche sia in ambiente ecclesiastico che politico perché costituiscono un’aperta denuncia contro il regime fascista e gli ambienti ecclesiastici ufficiali. In questa congerie ha modo di conoscere, grazie a Brandi, don Giuseppe de Luca che sarà per l’artista un amico e un punto di riferimento nelle vicende che negli anni a venire lo avrebbero legato al Vaticano.
Rifugiatosi a Clusone a causa del conflitto bellico, la sua attività espositiva non subisce rallentamenti. Nel 1943 espone alla IV Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma e vince il Gran Premio della Scultura per il ritratto di Francesca Blanc eseguito due anni prima. Nel 1944 inizia a insegnare presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.
Al termine della guerra Manzù, rientrato definitivamente a Milano, partecipa insieme a Lionello Venturi al I Congresso democratico delle Arti Figurative che si pone l’obiettivo di far discutere sulla necessità che gli artisti assumano un ruolo civico e intellettuale all’interno della società.
Nel 1948 Manzù ottiene uno dei riconoscimenti più ambiti per un artista, viene infatti premiato insieme a Henry Moore alla XXIV Biennale di Venezia. Nello stesso anno viene ammesso al concorso per la realizzazione della porta laterale della basilica di San Pietro in Vaticano. L’anno successivo il suo bozzetto è selezionato insieme ad altri undici per partecipare al concorso di secondo grado. Nonostante le posizioni politiche di Manzù, vicino al Partito Comunista, e la polemica che le sue Crocifissioni avevano suscitato, grazie all’intervento di don Giuseppe de Luca che pubblica un’edizione in cui spiega il progetto dello scultore per le porte della basilica vaticana, l’artista ottiene nel 1950 l’incarico. Il lavoro che condurrà all’esecuzione della Porta della Morte si protrarrà fino al 1964 e lo spingerà a rivedere più volte il suo progetto.
Nel 1953 viene organizzata per la prima volta una sua mostra personale all’estero presso la Hanover Gallery di Londra e l’anno succesivo presenta al British Museum le illustrazioni delle Georgiche di Virgilio e quelle per Il falso e vero verde di Quasimodo. Nello stesso 1954 lo scultore viene chiamato a insegnare presso la Sommerakademie di Salisburgo dove conosce Kokoschka e la balleria Inge Schabel che nel 1972 diventerà sua moglie. Da quel momento Inge diventa la sua musa ispiratrice e la sua compagna. Nel 1962 nascerà dalla loro unione Giulia e due anni più tardi Mileto.
Nel 1958 viene eletto papa il bergamasco Angelo Roncalli, con il nome di Giovanni XXIII. L’evento costituisce una svolta fondamentale per Manzù e per i lavori della porta laterale di San Pietro. Fino a quel momento lo scultore non era infatti riuscito a realizzare un’opera confacente all’impresa e al luogo. La scelta di Giovanni XXIII di modificare il tema della porta sarà la chiave di volta definitiva che condurrà l’artista all’esecuzione de La Porta della Morte conclusa nel 1964. Nello stesso anno lo scultore si trasferisce con la famiglia ad Ardea che sarà eletta a luogo definitivo di vita.
Nel 1966 gli viene assegnato il Premio Lenin. Per l’occasione le accademie di belle arti di Mosca e di Leningrado organizzano una grande mostra personale dell’artista. La presentazione dell’esposizione è firmata da due amici vicini a lui anche politicamente, Renato Guttuso e Salvatore Quasimodo.
Nel 1969 un evento tragico lo colpisce. Il figlio Pio, valente designer e fotografo, muore in un incidente d’auto.
Durante gli anni Sessanta e Settanta si susseguono le mostre a lui dedicate. Artista ormai celebre e chiaramente accreditato dalla critica, Manzù sperimenta nuove vie d’arte attraverso la realizzazione di scenografie e costumi per il teatro.
Nel 1979 l’artista dona allo Stato Italiano il cospicuo gruppo di opere in esposizione permanente che fanno parte della “Raccolta Amici di Manzù”. Nel 1982 anche a Bergamo, sua città natale, viene inaugurata al “Collezione Manzù” donata dallo scultore all’Accademia Carrara. Nel 1990 viene insignito del Premio per la Cultura dalla Presidenza del Consiglio.
Il 17 gennaio 1991 Giacomo Manzù si spegne ad Ardea.

Biografia di Valentina Raimondo
Curatrice della mostra
Laureatasi nel 2003 in Storia dell’Arte presso l’Univerità degli Studi di Messina, ha conseguito nel 2007 il diploma di specializzazione in Storia dell’Arte presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Dal 2009 al 2011 ha frequentato i corsi della Scuola di Dottorato Humanae Litterae dell’Università degli Studi di Milano, conseguendo il titolo di dottore di ricerca con una tesi sullo scultore Nino Franchina. I suoi interessi accademici e di ricerca l’hanno condotta a studiare l’arte del periodo tra le due guerre mondiali, con una particolare attenzione al mondo della scultura, del disegno e del giornalismo d’arte. Ultimamente si è occupata inoltre di indagare i rapporti tra Gabriele d’Annunzio e uno dei suoi più prolifici illustratori, Adolfo de Carolis.
Dal 2005 collabora con l’Archivio Severini Franchina di Roma.
Fra il 2012 e il 2014, grazie alla Borsa di Studio Luigi e Sandro Angelini, ha avuto modo di effettuare una ricerca sull scultore bergamasco Attilio Nani che fu uno dei maestri di Giacomo Manzù.
Dal 2015 ha iniziato a lavorare con gli Archivi Guttuso collaborando in occasione delle mostre Guttuso. Ritratti e autoritratti presso il Museo Guttuso di Bagheria, Guttuso e Sapegno presso la Fondazione Natalino Sapegno di Morgex e Guttuso. La forza delle cose presso le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia.
Tra le mostre da lei curate sono da segnalare: Nino Franchina. Disegni 1943-1945 e Aligi Sassu e Nino Franchina. Opere su carta nella Milano degli anni trenta presso la Fondazione Corrente di Milano, De Carolis interpreta D’Annunzio – Tinulla interpreta D’Annunzio presso la Biblioteca dell’Accademia Tadini di Lovere e Attilio Nani. Opere e documenti per la ricostruzione storica di una vicenda artistica presso la Biblioteca Civica Angelo Mai di Bergamo.
Attualmente collabora con alcune delle principali istituzioni culturali del territorio bergamasco come la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, la Biblioteca Civica Angelo Mai e l’Accademia Tadini presso la quale ha curato i cicli di incontri Conoscere e comprendere l’Arte Contemporanea (giugno 2013 - sett

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