Arte in corso
MATTEO SUFFRITTI: COSA HAI IN MENTE OGGI?
13/09/2026
Cosa hai in mente oggi? _ Matteo Suffritti
13 settembre – 18 ottobre 2026

una mostra a cura di Simona Bartolena e Armando Fettolini
inaugurazione domenica 13 settembre ore 18.30
Nato nel 1978, Matteo Suffritti è un artista e fotografo milanese con alle spalle studi di grafica e di tecnica pubblicitaria. Le sue foto-installazioni sono realizzate con materiali diversi, artificiali e naturali, che possono spaziare dal metallo al plexiglass o dall’acqua alla luce. Lo sguardo dei suoi lavori è rivolto principalmente su due filoni. Uno, più introspettivo ed intimo, è composto da ricordi, memorie ed una ricerca più nostalgica; l’altro, invece, pone l’attenzione sulle problematiche ambientali e sociali.

Lavorando alla mostra per lo Spazio heart Matteo si è fatto innanzi tutto una domanda: qual è oggi il reale interesse intorno a un’esposizione d’arte? Le mostre rappresentano ancora un’occasione di confronto con il pubblico o sono solo un momento di gratificazione per gli addetti ai lavori? Ironicamente Suffritti rivolge quindi la domanda direttamente al visitatore e la formula come lo farebbe ChatGPT: "Cosa hai in mente oggi?", aprendo un’ulteriore riflessione sul ruolo dell’intelligenza artificiale nelle pratiche artistiche e culturali.

Impiegando tecniche differenti, scelte di volta in volta in funzione di quanto voglia raccontare con l’opera, Suffritti crea dei piccoli mondi: micro universi autosufficienti capaci di suggerirci riflessioni importanti, spesso dolorose, senza spaventarci né aggredirci. Sono lì, le opere di Matteo, spesso ci strappano un sorriso, sempre ci attraggono con la loro presenza silenziosa. Ci invitano a entrare nel loro mondo, ci portano in uno spazio-tempo parallelo. Sempre in bilico tra struggente poesia e graffiante sarcasmo, tra critica sociale e intimo lirismo, Suffritti non si pone confini al proprio fare arte: esplora, sperimenta, trova forme per concetti e riempie di concetti le forme.

La mostra, quindi, offre alla fatidica domanda di ChatGPT molte possibili risposte. Cosa avranno in mente oggi i visitatori dell’esposizione? Di certo osservando con attenzione le opere di Suffritti troveranno molti motivi di riflessione e ragioni di discussione. Chissà se l’AI sarebbe in grado di fare altrettanto

L’esposizione riunisce una ventina di opere realizzate in momenti diversi dall’artista: installazioni realizzate con linguaggi e materiali differenti: un percorso che ben testimonierà la sua ricerca complessa e sempre motivata, sia quando si tratta raccontare memorie intime e personali, sia quando si tratta di dare voce a tematiche sociali e ambientali di scottante attualità.

I dubbi sono molti. I motivi di riflessione anche. Si rischia anche di essere scontati, banali Per non parlare del fattore anagrafico, che potrebbe portare a pensare a un’avversità generazionale verso certo tipo di tecnologia. Sarebbe semplice, è chiaro, introdurre questa mostra di Matteo Suffritti – che di Matteo Suffritti, della sua personalità e della sua arte ha l’anima più profonda – con un monologo contro l’AI. Sarebbe semplice e non rispecchierebbe né il motivo della scelta dell’artista, né il pensiero della sottoscritta. Sgombrato, quindi, il campo da qualsiasi velleità di condanna senza appello dell’uso di ChatGPT e affini (è uno strumento comodo, ha aspetti che possono davvero aprire nuovi percorsi creativi, talvolta è davvero utile), posso avanzare solo un paio di osservazioni critiche sull’impiego dell’AI, generate da recenti esperienze personali: un’allarmante superficialità e una totale mancanza di sensibilità. Al momento, dunque, non c’è da temere. Nessuno storico dell’arte che sa fare il proprio mestiere (spiacente per chi millanta credito, che invece ne risentirà eccome) e che conosce e ama davvero la propria materia rischia il ruolo. Non è cucendo frasi e concetti pescati qua e là che si racconta l’opera di un artista (di qualsiasi epoca e di qualsiasi genere). Non è mettendo insieme osservazioni fatte da altri (spesso, tra l’altro, afferenti a momenti diversi della produzione degli artisti o relativi a elementi solo circoscritti a un progetto, quindi anche potenzialmente inadatte a una descrizione generale della sua ricerca) che si ottiene un testo critico degno di questo nome. Manca l’osservazione dal vero, il dialogo, la comprensione dell’opera, la riflessione individuale sull’emozione che essa può generare, lo studio delle fonti Mi pare chiaro: mettere insieme notizie non fa di una serie di frasi un saggio critico. Così come mettere insieme immagini a caso non fa di una composizione un’opera d’arte. Il rischio (almeno per il momento!) non è quindi quello della sostituzione dell’essere umano in un mestiere, ma piuttosto quello, pericolosissimo, della divulgazione di concetti e notizie superficiali, fuorvianti, contradditorie, talvolta perfino false. Senza dubbio, il senso critico è l’unica virtù che potrà salvarci da questa inquietante onda di approssimazione che ci ha travolto ormai da tempo
(dal testo di Simona Bartolena in catalogo)